Un amore di Robot
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Dopo aver passato quattro mesi a
Magna, il primo Science Adventure Centre inglese, Gaak, un robot
predatore, ha dimostrato di aver imparato la lezione: lasciato da solo per
15 minuti l'automa ha imboccato la porta ed è uscito in cerca di libertà.
L'esperimento che lo coinvolgeva era il primo della serie battezzata
"evoluzione artificiale": i robot potevano sopravvivere solo
combattendo per ottenere energia, distruggendosi a vicenda. E Gaak ha
dimostrato di essersi davvero evoluto: si è stufato e se ne è andato,
dimostrando una buona dose di saggezza. Ma un automa può davvero provare
dei sentimenti? Un'ipotesi bizzarra, ma la prospettiva è sicuramente
affascinante. Come ha dimostrato Steven Spielberg dando vita a David, il
protagonista di "A.I.": un "mecca", così vengono
chiamati gli automi nel film, il cui unico scopo era quello di essere
amato da sua madre, o meglio da chi aveva eseguito la manovra di
imprinting. «Nel film il robot è stato programmato per soddisfare i
bisogni emotivi della madre», afferma l'ingegner Riccardo Manzotti,
ricercatore che si occupa di "coscienza artificiale" presso il
Dipartimento di informatica, sistemistica e telematica (Dist)
dell'Università di Genova: «David non è mai autonomo, non fa mai un
gesto di libertà, di scelta». Insomma, non si comporta come farebbe un
qualunque essere umano innamorato. Non sente, non lascia che l'esperienza
cambi il suo sentimento.
Un po' come Kismet, l'automa emotivo realizzato al Massachusetts Institute
of Technology. Il suo creatore, Rodney A. Brooks, direttore del
laboratorio di Intelligenza Artificiale presso lo stesso istituto, per
definirlo fa il paragone con un'altra creatura di Stanley Kubrik - dalle
cui idee Spielberg è partito per realizzare "A.I." - Hal 9000,
il computer di bordo dell'astronave di "2001: Odissea nello
spazio".
«Sebbene non abbia la stessa personalità forte di Hal», scrive Brooks
nel suo ultimo libro ("Robot, The Future of Flesh and Machines",
Penguin Books), «Kismet è il primo robot socievole del mondo, capace di
interagire con gli umani al loro stesso livello, e che le persone
accettano come creatura umanoide».
Attraverso le sette espressioni facciali di cui è capace, esprime gioia,
sorpresa, disgusto, calma, tristezza, interesse e rabbia. Un linguaggio
che le persone davanti al robot riconoscono con facilità e che lui a sua
volta è in grado di rintracciare nel viso dell'interlocutore. «In questo
caso il comportamento dell'automa dipende strettamente da chi gli sta
davanti», spiega Manzotti. Negli occhi di Kismet una telecamera scruta le
espressioni facciali di chi dialoga con lui, e su queste calibra le
proprie risposte. Così davanti a un sorriso produrrà un sorriso, e a
un'espressione imbronciata farà seguire una faccia altrettanto
corrucciata. «Quindi, il depositario delle emozioni», commenta Manzotti,
«è sempre l'essere umano». Il robot non prova niente, ma suscita una
riposta emotiva in chi lo guarda.
Si tratta dello stesso meccanismo su cui si basano i robottini da
compagnia. Il più famoso è Aibo, il cane delle Sony, a cui l'azienda
giapponese ha affiancato altri due cuccioli, Latte e Macaron, uno dal
carattere più dolce, l'altro più malandrino, a completare la gamma di
possibili risposte agli stimoli esterni. Ma per rispondere alle esigenze
sempre maggiori dei padroncini, la casa madre ha deciso di mettere a
disposizione, sul proprio sito Internet, l'OPEN-R software development
kit, un programma grazie al quale i possessori dei cani robot potranno
insegnare molte cose ai loro animali virtuali. Anche a miagolare anziché
abbaiare.
L'idea di un software con cui programmare una vasta gamma di robot è
venuta a Bill Gross che, aiutato anche dalla similitudine del nome,
afferma di voler diventare il Bill Gates delle macchine pensanti. La sua
idea è piuttosto semplice: vendere una piattaforma hardware e software a
partire dalla quale i diversi produttori possano costruire robot dalle
differenti mansioni. Un po' come la Microsoft, i cui programmi
costituiscono le fondamenta dei computer presenti in ogni casa. Nelle
speranze di Gross gli automi sono la naturale evoluzione del computer e
presto saranno presenti in ogni abitazione. Grazie alla sua piattaforma,
chiamata significativamente Evolution, sarà possibile costruire macchine
più intelligenti e autonome, capaci di analizzare ogni situazione ed
elaborare strategie per potersela cavare.
Ma saper rispondere alle esigenze degli umani vuol dire per un robot
interpretarne i sentimenti. E quindi entrare nel mondo delle emozioni. Un
progetto a cui stanno lavorando da dieci anni alcuni ricercatori
dell'Università della California a Los Angeles (Ucla), guidati dallo
psicologo Javier Movellan: attraverso l'analisi di ogni piccolo movimento
muscolare in più di 100 mila facce hanno catalogato tutte le differenti
espressioni che accompagnano le emozioni. Il bagaglio di informazioni così
ottenute è stato poi trasferito nella memoria di un computer, capace di
identificare i sentimenti di chi gli sta davanti, grazie all'osservazione
di alcuni punti del viso.
Movellan sostiene che il suo computer è in grado anche di capire quando
una persona mente: c'è sempre qualche movimento involontario dei muscoli
che tradisce il vero sentimento. Ma anche il ricercatore americano ammette
che tali macchine non potranno mai replicare le esperienze emotive degli
umani.
Quello del robot che prova sentimenti è peraltro un'immagine che
accompagna la storia degli automi fin dalla loro creazione. Ci pensò per
primo lo scrittore praghese Karel Capek nel 1920, quando descrisse i
"robota", in ceco "schiavi", come esseri costretti a
lavorare a ritmi elevati e in condizioni inumane. Proprio la ripetitività
delle loro azioni ha dato via, nell'immaginario collettivo, ai robot,
traduzione inglese della parola ceca. Ebbene, anche in questo primo
racconto due fra i protagonisti, entrambi robot, alla fine si innamorano.
Helena e Primus sono quindi i primi automi, ma anche i primi a infrangere
i limiti della loro condizione.
Come riuscire a costruire una macchina che oltre a pensare provi anche dei
sentimenti? Da Praga a Genova, dagli anni Venti al terzo millennio: «Noi
vogliamo costruire un robot che abbia delle motivazioni proprie, che sulla
base dell'esperienza selezioni un obiettivo», spiega Manzotti. Proprio
come fanno i mammiferi superiori, le cui motivazioni non sono controllate
dal codice genetico, ma dalla loro storia, dagli eventi.
Ecco, allora, che nasce il prototipo reale: Babybot, niente più che un
braccio attaccato a una testa. Senza ciglia che sbattono o sorrisi per chi
gli sta davanti. «Per noi infatti non è importante che il ricercatore
capisca cosa succede a partire dalle espressioni del robot», commenta
Manzotti, «la verifica avviene controllando che si siano formate delle
mappe sensomotorie all'interno dei circuiti neuronali, o che si siano
attivate le zone legate alla formazione di categorie». Un esame possibile
grazie alle tecniche di imaging, proprio come quando si fa una tomografia
a un essere umano. Meno romantico di David, ma più scientifico.
Anche se sono state stimate in più di 100 le aziende che in tutto il
mondo stanno lavorando a uno di questi umanoidi, «c'è da scommettere che
ancora fra dieci o vent'anni i nostri robot rimarranno isolati nella loro
fisiologia. Sarà possibile renderli sempre più simili agli umani nelle
fattezze esteriori. Ma sapremo sempre che dietro l'apparenza simile alla
nostra c'è qualcosa di differente da noi», afferma Brooks. Che, più che
preoccupato dei possibili sviluppi dell'Intelligenza Artificiale e delle
sue macchine, sembra impaurito dai cambiamenti che vengono da un'altra
disciplina: l'ingegneria genetica.
Infatti, secondo il ricercatore del Mit, sarà più facile per un essere
umano trasformarsi in un qualcosa di simile a un robot, grazie
all'impianto di microchip, parti metalliche e sensori, piuttosto che una
macchina impari a gestire emozioni e sentimenti
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